Pinkwashing cosa?

Credi di non sapere cosa sia il pinkwashing, ma è troppo comune perché tu non l’abbia mai incontrato. Vediamo: la tua azienda sta organizzando un’iniziativa di welfare aziendale rivolta ai dipendenti che farà parte di una campagna di comunicazione istituzionale di grande visibilità. Con questa iniziativa la tua azienda si farà traino nel suo settore di un nuovo modo di concepire i diritti genitoriali, il concetto di emancipazione femminile in rapporto al work life balance e racconterà come il suo personale, indipendentemente dal genere, goda di particolari agevolazioni volte a permettere un empowerment in ambito lavorativo e allo stesso tempo maggiore serenità nella gestione dell’impegno lavoro-famiglia.

Bello bello.. sulla carta… Poi per realizzare questa iniziativa che richiede grande effort, però, la scorsa settimana sono stati negati allo staff intero i permessi familiari e il team ha lavorato ben oltre le 40 ore settimanali senza vedersi riconosciuti gli straordinari. Hai dovuto fare un lavoro che non è nelle tue mansioni per tamponare l’assenza del capo e facendolo hai scoperto che l’operazione non ha un’origine genuina, ma è stata messa sul tavolo del management a seguito di una crisi di comunicazione originata da una vertenza sindacale attivata da una giovane neo mamma che non ha visto rinnovarsi il suo contratto a progetto,…Però la prossima settimana potrai “sentirti ascoltata” perché il management ha organizzato un incontro con una motivatrice agguerrita che verrà a raccontarti che il primo step per emanciparsi nel lavoro e nella vita è “credere in se stesse”.

Fenomenologia del podcast

In origine era la radio: informazione, attualitá, musica, parole sparse e adv in un flusso continuo capace di tenere compagnia a quasi ogni tipo di ascoltatore in cerca di intrattenimento. Produzioni costose, pubbliche e poi sempre più indipendenti, frequenze comunque limitate, speaker e personaggi noti al centro, bon ton tematico e un graduale ritorno  nei ranghi che nei decenni ha soppiantato l’entusiasmo delle radio libere locali che trasudavano voglia di emancipazione nel ’76 e che hanno portato le vibrazioni internazionali nelle case di provincia italiane.

Come l’associazionismo tra imprese può tornare attuale

Il ruolo dell’associazionismo nell’ambito delle imprese sembra essere decaduto ed aver perso smalto negli ultimi anni, benché dopo la crisi economica le aziende abbiano capito quanto profondo sia il loro bisogno di aggregarsi e affrontare il mercato insieme, mettendo a sistema competenze, risorse e opportunità e cercando di raggiungere insieme obiettivi che ciascuna singolarmente non sarebbe in grado di realizzare.

In questi mesi mi è capitato spesso di imbattermi in associazioni in cerca di riscatto e di un modo, attraverso la comunicazione, di tornare a rendere attuali i propri valori associativi fondamentali e di ingaggiare associati o aspiranti tali.

Sono abbastanza convinta del fatto che ciascuno di noi si muova non in base agli stimoli a cui è sottoposto ma in base a quanto quel determinato stimolo sia in grado di cogliere una parte latente del suo pensiero, che sia legata ad una frustrazione, ad una paura, ad un bisogno materiale o emotivo, ecc. Penso che ciò  valga ancora di più per i manager delle imprese che, presi da mille impegni, non riescono a dare una priorità adeguata alla partecipazione associativa.

Perché la trasparenza è competitività

Il concetto di trasparenza è ormai molto affermato presso Organizzazioni con scopi pubblici e privati, non solo a causa degli obblighi normativi che la impongono,  ma anche grazie al fatto che, negli anni, l’affermarsi del concetto presso l’opinione pubblica ha fatto in modo che alla trasparenza venisse riconosciuto uno status di bisogno ineludibile e diritto irrinunciabile del cittadino e del consumatore.

La trasparenza ha un valore riconosciuto dal mercato che va al di là dell’essere riconosciuti Organizzazione compliant agli obblighi normativi. La trasparenza è un’opportunità di migliorare il rapporto con i portatori di interessi e i clienti basando la comunicazione su aspetti valoriali e giustificando i livelli di performance e, per questo, è un driver di maggiore competitività la cui importanza è riconosciuta trasversalmente rispetto ai settori di mercato.

Armi di distrazione di massa nelle mani delle imprese

Ultimamente si sente molto spesso parlare di armi di distrazione di massa in merito alla pratica sempre più frequente da parte dei decision makers pubblici di far convergere su argomenti “out of topics” l’attenzione dell’opinione pubblica, allo scopo di evitare di affrontare temi ben piú interessanti e spinosi che, se posti al centro del dibattito pubblico, potrebbero mettere in crisi la loro credibilità.

Forse non ci pensiamo spesso, ma questo meccanismo può essere utilizzato anche dall’impresa che vuole eludere l’attenzione dei suoi pubblici di interesse rispetto a questioni fondamentali ma potenzialmente scomode  che, se date in pasto agli stakeholders interni o esterni, potrebbero originare una crisi di comunicazione e credibilità.

Se i vecchi libri di testo parlano di “comunicazione manipolatoria” creata dall’impresa  riferendosi soprattutto alla pubblicità e alla comunicazione prodotto, quello che accade quando l’impresa manipola la comunicazione nella relazione con gli stakeholders e con i media ha a spesso a che fare con dinamiche (spesso interne) ben più cavillose del doversi semplicemente differenziare dal mercato e trae le sue motivazioni da due principali bisogni strategici: quello di conservare il patrimonio relazionale e quello di garantire solidità alla reputazione e, quindi, alla brand equity.

Affronta ed esci dalla crisi di comunicazione

La crisi di comunicazione è un evento negativo e traumatico che colpisce l’impresa, impattando negativamente sul suo mondo a partire dagli stakeholders più o meno diretti.

Una crisi di comunicazione può seriamente pregiudicare la continuità di un’organizzazione e deteriorare in modo inevitabile gli asset materiali e immateriali (tra questi, la reputazione e la brand equity): non tutte le crisi di comunicazione, infatti, sono reversibili.

La crisi di comunicazione può essere più o meno prevedibile e fa parte della cultura aziendale di molti settori affrontare nel posizionamento strategico della comunicazione i fattori di vulnerabilità che potrebbero scatenarla, prevedendo, risorse, procedure, statements, position papers e messaggi ad hoc da utilizzare qualora un determinato caso si presenti.

Spesso si pensa che, se sono soprattutto le aziende grandi a ripararsi dalla crisi, è perché la dimensione della crisi sia commisurata alla dimensione del business e al numero di persone che questa tocca. In realtà crisi grandi possono toccare aziende piccole e anche appena nate, ed è per questo che tutte le aziende dovrebbero analizzare i propri ambiti di vulnerabilità e prepararsi sempre al peggio.

Come le scelte imprenditoriali descrivono competitività, paure e reale capacità di innovare

Ho scritto questo articolo per spiegarti come l’azienda comunica il proprio livello di competitività e fa percepire all’esterno forza innovativa, solidità e timori  solo attraverso le scelte imprenditoriali, ancora prima che inizi a fare comunicazione strutturata. Anche il fine tuning della comunicazione può supportare o sbilanciare un processo di crescita della competitività attivando dinamiche del mercato più o meno desiderabili per un’azienda in posizione challenging o per una startup che non ha ancora visualizzato bene gli incumbent sul mercato.

Affrontare il mercato e le relazioni con le altre organizzazioni ci conferisce oggi un forte spirito di osservazione e approfondisce la conoscenza che ogni azienda ha di tutte le organizzazioni che le circondano, permettendo di cogliere delle informazioni e avere percezioni che arrivano all’esterno, spesso molto prima di quei messaggi di comunicazione che diffondiamo tramite un piano di comunicazione strategica strutturato.

Nel proprio lavoro lo strategist di comunicazione impara a rilevare il posizionamento di un’azienda non a partire da quanto i membri dell’Organizzazione dichiarano di essere o voler far, ma dalle reali scelte aziendali, che si riflettono:

Perché per posizionarti devi partire dalla competitive intelligence

Un’impresa che si confronta con il mercato di oggi deve vedersela con un contesto tutt’altro che semplice da leggere e interpretare: la tendenza all’intersettorialità delle missioni aziendali, il contesto tecnologico e informativo in continua evoluzione, la varietà di posizionamenti possibili all’interno dell’arena competitiva, la delocalizzazione, rendono ardue le operazioni di messa a punto e adeguamento costante di una strategia di mercato (e poi di comunicazione) e  i necessari confronti frequenti e sistematici tra l’Organizzazione e il contesto esterno.

Oggi un imprenditore ha tanti dati e informazioni che possono aiutarlo a leggere il mercato e interpretarne le evoluzioni, ma ha sempre poche informazioni di quelle inedite e portatrici di valore aggiunto a livello strategico, ovvero di quelle che possono, se ben interpretate, dare l’impulso a strategie di sviluppo capaci di cambiare davvero le sorti dell’azienda.

Non solo a livello di espansione della rete commerciale, ma soprattutto a livello di strategia di comunicazione e marketing, ogni azienda avrebbe un sicuro vantaggio dal sapere cose come ad esempio il dove, come, a quanto e da chi il proprio cliente acquista oppure, riguardanti il come, dove a quanto e a chi il proprio competitor vende: la competitive intelligence è proprio quell’attività che mira a raccogliere informazioni sul comportamento dei concorrenti e dei clienti nel mercato, fondata sull’utilizzo di fonti di dati esterne e che aiuta l’azienda in posizione challenging a valorizzare le proprie risorse e la propria immagine.

Come si diventa insider di un tema stabilendo la propria paternità

Quotidianamente le imprese hanno bisogno di creare un rapporto di maggior prossimità con alcuni prospect commerciali definiti o con stakeholder che non sarebbero per loro target diretti o che mostrano interesse per delle issues particolari.

Spesso il primo ostacolo da superare non è legato alla capacità di creare il contatto, ma bensì si fonda nell’incapacità di essere considerati uno stakeholder interessante, una fonte di informazioni autorevole e un gatekeeper di relazioni sufficientemente desiderabili da poter essere infine considerati per un incontro anche conoscitivo (oggi sempre più difficile da ottenere, in un mondo dove le aziende che lavorano bene e in modo strutturato non si guardano certo intorno secondo criteri casuali).

Come quando parli con qualcuno e ti mancano le parole per colpirlo nel profondo e destare il suo interesse, è fondamentale conoscere gli interessi del nostro interlocutore per ingaggiarlo e soprattutto è fondamentale trasmettergli di essere interessati ad approfondire tematiche comuni, dimostrando di partire da un buon livello di conoscenza e know how a cui anche il nostro interlocutore può attingere.

Per questo motivo sempre più professionisti e manager all’interno delle Organizzazioni  si immergono in piani di azioni finalizzati contemporaneamente a:

Le geometrie di una strategia di comunicazione migliorabile

Una delle tentazioni per eccellenza di chi si occupa di strategia di comunicazione è quello di partire dalla richiesta del cliente pensando a come accontentarlo, anche laddove alla richiesta sottendono informazioni che dovrebbero essere provate o che non tengono in considerazione che la comunicazione strategica funziona bene se integra correttamente diversi elementi.

Uno strategist non offre soluzioni preconfezionate ma percorsi per imparare ad orientarsi in maniera quasi autonoma tra le scelte e le opportunità che ad al cliente si possono presentare nei mesi e negli anni successivi. Per questo motivo l’applicazione di una strategia di comunicazione dovrebbe sempre avere un rapporto chiaro e indissolubile con l’attività di change management, che è quella che supporta l’introduzione di novità (culturali, tecnologiche, di processo) all’interno di un’organizzazione, come dire: inutile avere uno strategist guru se non si impara l’autonomia o non si assorbe la visione strategica in modo corretto e univoco.

Alle volte però il rapporto con il cliente non lascia via di scampo, lui oggi vuole un preventivo per la content strategy su LinkedIn e tu sai già che qualunque cosa gli offrirai senza tentare di analizzare le sue necessità nella loro globalità sarà qualcosa che nel percorso di collaborazione porterà problemi ad entrambi.