Sai comunicare la disruption?

La disruption, che non ha per forza a che fare con l’innovazione tecnologica, è un risultato molto ricercato quando si posiziona un progetto o un’azienda, perché progettare a partire da un tentativo di inversione delle modalità classiche di funzionamento di un business o di un settore viene considerato una potenziale scorciatoia nel successivo percorso di go to market (la parte più difficile della messa a terra di un progetto, che ne determina il successo o il fallimento).

Questo avviene perché, nel mare magnum dell’offerta in un mercato globalizzato, l’azienda cerca sempre di estremizzare il proprio modo di essere diversa, attenggiamento giustificabile e sensato in alcuni casi (ad esempio se l’azienda trova un modo più sostenibile per portare avanti la sua missione, magari migliorando la qualità o l’accessibilità della sua offerta), ma che é perfino rischioso in altri (ad esempio quando il posizionamento di un’azienda e della sua offerta si basa su una moda passeggera e quindi pretende di diventare disruptive tentando di alimentare l’attenzione verso qualcosa che non è destinato a sopravvivere).

Un progetto non nasce disruptive, bensí lo diventa quando dimostra il suo effettivo impatto dirompente e quando ne viene riconosciuto ampiamente il valore rivoluzionario: in poche parole, non sei mai tu a decretare se la tua idea é destinata ad esserlo, é sempre il mercato che, in modo imprevedibile, ad un certo punto, lo deciderà.

Quando un prodotto cerca di avere un impatto disruptive spesso è perché il prodotto stesso che rompe gli schemi é erroneamente considerato più facile da comunicare in funzione della sua unicità e intrinseca capacità di differenziarsi dal resto dell’offerta, essendo facilmente distinguibile dal resto. In realtà questo è vero se il prodotto anticipa un trend o interpreta un bisogno nascente (funzionale, sociale o psicologico), non lo é se invece cerca di imporre, ad esempio, un nuovo comportamento di consumo in un contesto resistente al cambiamento o non ancora pronto, dove non esistono le variabili sociali, economiche e culturali adatte ad integrare la nuova offerta facendola attecchire.

Infine, la disruption é spesso associata all’innovazione (ma non tutto quello che è diverso porta il progresso), o alla tecnologia (ma non tutto il cambiamento ha presupposti tecnologici), o anche all’accelerazione.. ma non tutto quello che é diverso va nella direzione di rendere qualcosa più rapido o di valorizzare i processi o le abitudini di consumo fast, magari al contrario (mai come ora), la disruption ha più le sembianze del tornare a valorizzare quei processi e progetti che richiedono tempo per produrre qualcosa destinato a sopravvivere.

Quello che é universalmente vero, però, é che la potenziale portata disruptive di un progetto/prodotto é difficile da comunicare in modo corretto, soprattutto perché quello fai che nascere “diverso”:

-deve avere delle forti motivazioni che lo originano,

-deve avere endorsement autorevoli per risultare credibile,

-deve dimostrare più degli altri di non essere figlio di una moda e di non provenire da una sovrastima di un bisogno/trend,

-deve superare la resistenza al cambiamento e confrontarsi con variabili culturali e sociali che ne determinano l’accettazione,

richiede tempo e buona capacità di divulgazione e sensibilizzazione su temi magari sconosciuti, magari percepiti come non essenziali, o su temi troppo tecnici per far parte del buzz e del discorso pubblico, o ancora che riguardano minoranze e non sono destinati a diventare pop o, infine, che vadano a scardinare luoghi comuni e convinzioni molto radicate,

-ti mette probabilmente nella posizione del first mover: hai davanti un’autostrada ma puoi non avere alleati, sostieni la maggior parte dei costi legati al cambiamento di un paradigma (es. ricerca e sviluppo) e sei il solo a testarne la solidità allontanandoti da opportunità di mercato che magari sono ancora valide, sei il solo impegnato ad aprire le strade (es. canali distributivi), cambi la tua value chain a tuo rischio e pericolo, sei il solo a diffondere una nuova consapevolezza nel consumatore e a sostenerne i costi, nvigando nell’incertezza. Allo stesso tempo però ti differenzi dagli altri, fai parlare di te, puoi avere rendimenti interessanti alla tua attività prima che i competitor ti raggiungano e, se sei stato davvero disruptive, il tuo mercato cominci ad affollarsi di attori.

Per questo per comunicare la disruption (a cui ambisci) devi essere attrezzato di: argomentazioni valide e fondate, ambassadors, stakeholder forti e sensibili al tema (e in grado di influenzare e fare seeding), orecchie, per ascoltare con continuità il mercato e l’aderenza delle tua argomentazione ai temi sentiti dai consumatori (e a quello che percepiscono come portatore di valore), sensibilità e apertura alla contaminazione, pazienza nel sensibilizzare, portare nuovi punti di vista, disambiguare e, infine, risorse economiche, know how e conoscenze multisettoriali.

User experience e customer journey al centro del riposizionamento strategico

La qualità dell’esperienza che l’utente ha nel suo rapporto (più o meno cercato) con un brand è al centro del successo di quel brand e del prodotto o servizio che offre. Nell’era delle online reviews, delle peer to peer recommendations e del social selling nessuna azienda può esimersi dal ripensare il design del proprio modello di business sulla base delle nuove necessità di comunicazione che possono contribuire a rafforzare la strategia commerciale.

Due sono i concetti da conoscere per poter affrontare questo tema: quello di customer journey e quello di user experience.

Facciamo, dunque, prima chiarezza sui due concetti.

Il custumer journey è un modello che si usa per sintetizzare l’esperienza del consumatore in rapporto ad un’integrazione di canali, touchpoint e occasioni di contatto diretto o indiretto tra consumatore e impresa che serve a studiare e riassumere la reazione interiore soggettiva (piú o meno espressa in seguito) del consumatore. Modello ampiamente noto a chi si occupa di service design, marketing relazionale e customer satisfaction, è un modello la cui conoscenza è indispensabile a chi si occupa di comunicazione integrata finalizzata a produrre tangibili risultati a livello di sviluppo del business.

Idee d’impresa forti e virtuose: su cosa puntare per farle durare nel tempo?

La competitività sui mercati e le maggiori opportunità di accrescere il proprio fatturato dipendono dai valori e dagli investimenti in CSR?

Lo diciamo sempre, i valori danno un enorme boost all’azienda, ed è anche per questo che oggi essere virtuosi conviene, e avere un business model basato sull’accrescimento della capacità di generare impatto positivo esterno rendendo accessibili le innovazioni dà davvero un enorme vantaggio competitivo in particolare alle startup.

Inclusione, accessibilità, impatto sociale, CSR e sostenibilità sono proprio temi chiave della comunicazione di oggi e sono temi fortemente attuali nel dibattito pubblico e anche politico, nessuna azienda può osservare immobile il mondo che cambia senza adeguarsi alle sue dinamiche e senza mostrare sensibilità verso alcuni paradigmi comunicativi.

Chi ha un’idea virtuosa e forte e comunica valori etici e impatto esterno, puntando anche sulla trasparenza dei processi, ha molti vantaggi? Sì. Tra questi, visibilità, awareness, maggiori possibilità di export su mercati evoluti dal punto di vista dell’adozione di modelli di consumo etici, negoziazione di premium prices con altre organizzazioni sulla filiera, focalizzazione dei valori nel business model, qualità delle relazioni, controllo della catena del valore e spesso anche la possibilità di ottimizzare i processi

Pratica: ottenere e usare informazioni sulla tua concorrenza

La scorsa settimana abbiamo parlato di competitive intelligence, ovvero del processo attraverso cui si raccolgono dati, che vengono tradotti in informazioni chiave, che vanno ad incidere sui processi decisionali che riguardano il posizionamento di mercato e di comunicazione di un’azienda.

Oggi voglio dirti che la competitive intelligence non è appannaggio solo di cervelloni impegnati nel condurre al successo colossi del commercio mondiale, ma è qualcosa che riguarda il tuo business (anche se piccolo), che sia una PMI, un piccolo studio professionale o una start up, l’importante che tu sappia distinguere dati e informazioni rilevanti, che tu capisca come reperirli e, infine, che tu e il tuo team vi applichiate nel tenerne conto nei vostri processi di pianificazione strategica usandoli in modo coerente e dando il giusto peso a tutto (sia che lo scopo sia trovare il posizionamento di mercato che davanti alla messa a terra di una strategia di comunicazione).