Sai cos’è la sostenibilità antropica?

Sai cos’è la sostenibilità antropica?

Se antropico è tutto quello che si riferisce all’uomo,  per un’azienda la sostenibilità antropica è fatta di tutte quelle pratiche che riguardano la vita dell’uomo a livello professionale, familiare, personale, della sua salute, del suo benessere psico fisico e sociale.

Molte aziende oggi, quando vogliono dimostrare di operare sulla base di valori specifici, prestano attenzione all’idea di dover in qualche modo rendicontare agli stakeholder sui princìpi guida del proprio operato e sulla propria capacità di collocarsi come soggetto attivo e virtuoso all’interno della comunità.

Ciascuno a modo proprio, le aziende da anni fanno il bilancio di responsabilità Sociale o, nella sua evoluzione più attuale, report di sostenibilità.

Il report di sostenibilità, al contrario di quello che molte organizzazioni ancora credono, non riguarda solo l’impatto ambientale delle azioni dell’impresa e non è uno strumento che tocca prendere in considerazione solo nel caso i propri processi produttivi siano passibili di produrre un danno ambientale. Questo strumento, infatti, attraverso una serie di direttrici, serve a descrivere il percorso dell’Organizzazione nella sua adesione a valori che, trasformati in pratiche che li interpretano, producono valore per i singoli, per la comunità e per il territorio in tutte le sue accezioni.

Esistono 7 declinazioni della sostenibilità:

  • ambientale
  • antropica
  • sociale
  • energetica
  • economica
  • gestionale
  • tecnologica

a questi sette aggiungiamo anche il criterio dell’anticorruzione, che è una forma di restituzione che riguarda un po’ tutte le attività svolte.

La dimensione antropica di sostenibilità è quella che, seppure poco chiacchierata, incide maggiormente sulle scelte anche irrazionali delle persone di affidare la propria carriera ad un’azienda.

In un mondo dove è sempre più alta la consapevolezza del lavoro come mezzo di sviluppo e affermazione della persona e delle sue ambizioni di vita, dove la flessibilità del lavoro remoto ha rimesso in contatto le persone con i propri ruolo familiari e di care giver di altri, dove lavorare per un’azienda che gestisce male le risorse fa di te uno staffer abituato male e meno appetibile ai recruiter diventando un motivo per cui i candidati declinano la possibilità di essere assunti in posizioni socialmente indesiderabili, in questo mondo, dove timbrare il cartellino è ormai sinonimo lasciare le tue ambizioni personali fuori dalla porta, le aziende stanno facendo di tutto per dimostrare il proprio attivismo nel mettere i collaboratori a proprio agio.

E allora ecco sale relax spuntare in tutti gli uffici, arredi ergonomici, attività incentive, volontariato aziendale, giornate della famiglia, corsi per rafforzare le proprie soft skills e far sentire ogni dipendente un leaders tra tanti o il primo dei gregari, permessi familiari per i padri, giornate di lavoro remoto obbligatorio, asili aziendali, sostegno psicologico e formazione sulla conciliazione per le neo mamme, aree allattamento, attività culturali in office e progettazione di spazi a misura d’uomo, piano di welfare aziendale, benefit non monetari e assicurazioni a gogo.

Ma da cosa si riconosce se un’organizzazione ci fa o ci è? Prima di tutto, analizzando il mix dei benefit: è inutile dotare gli spazi di una sala relax se il ritmo di lavoro non consente neanche la pausa pranzo e gli  straordinari non sono retribuiti, inutile concedere la possibilità di portare i figli neonati sul posto di lavoro se alla richiesta della madre di accudirli a casa facendo ad esempio un part-time verticale la risposta tiene conto prima dell’obiettivo aziendale rispetto all’interesse della madre, inutile garantire piani di welfare ai dipendenti se gli stessi piani non prevedono uguali benefit per tutte le persone, a prescindere dal loro ruolo aziendale.

Insomma, inutile dal punto di vista comunicativo investire in asset che contribuiscono a creare un’immagine se la stessa poi non corrisponde a quell’identità aziendale che i dipendenti, primi brand ambassadors, portano in massa fuori dall’azienda quotidianamente.

Parlare di sostenibilità è un obbligo oggi solo per le imprese con fatturati molto grandi: all’inizio del 2017 l’Italia ha recepito le direttive europee in merito alla rendicontazione di carattere non finanziario. Con il D.Lgs. 254/2016 diventa quindi obbligatoria la realizzazione del Bilancio di Sostenibilità.

Il Decreto introduce l’obbligo di redigere una dichiarazione di carattere non finanziario (relativa agli aspetti ambientali e sociali) riferito agli enti di interesse pubblico: banche, imprese assicurative, ecc.

L’obbligo riguarda, tra le imprese citate, quelle che abbiano avuto durante l’esercizio finanziario un numero di dipendenti superiore a 500 e, alla data di chiusura del bilancio, soddisfino almeno uno dei seguenti criteri, ovvero totale dell’attivo dello stato patrimoniale superiore a 20 milioni di euro o totale dei ricavi netti delle vendite e delle prestazioni superiore a 40 milioni di euro.

Ma, redigere una rendicontazione non finanziaria, indipendentemente dagli obblighi di legge, è certamente un vantaggio comunicativo, poichè sostiene il valore del proprio operato per la comunità e nei confronti degli stakeholders.

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