Hai fatto il tuo impact assessment?

Hai fatto il tuo impact assessment?

Fai tante cose che ti portano business ma oggi gli investitori sono interessati a chi produce anche impatto sul mondo. La tua impresa ha già prodotti presentati come sostenibili al consumatore (oggi può essere parte di una strategia di marketing) ma vuoi prendere le distanze dal greenwashing: ecco perché é il momento di fare un impact assessment.

Una valutazione di impatto è un processo che serve a valutare gli impatti pubblici, economici, sociali e ambientali legati all’azione dell’impresa.

Si tratta di un concetto precedente al recente trend che vede le imprese al centro di una trasformazione della loro missione nel senso della responsabilità sociale e della maggiore attenzione verso la comunità in cui operano (anche in senso glocal), poiché nasce nell’ambito politico e amministrativo come primo step nella misurazione dell’impatto complessivo prodotto dalle politiche pubbliche, essendo peraltro una pratica integrata nel processo decisionale dell’OCSE e della Commissione Europea.

L’impact assessment, insomma, si applica ad ogni progetto quindi, in sintesi serve a identificare e misurare l’impatto che lo stesso può avere nel futuro su un contesto definito.

Una nota: Una delle differenza tra chi fa green washing (o pink washing o ogni sorta di “washing”) rispetto a chi produce reale impatto è proprio la volontà e poi la capacità di agire sui propri processi produttivi modificandoli per renderli più aderenti a determinati bisogni collettivi (nel medio lungo periodo, é chiaro, visto che modificare la propria catena del valore può richiedere ad un imprenditore, risorse, investimenti, evoluzione del contesto regolatorio su cui non si ha la capacità di influire direttamente, capacità di misurazione spesso legata all’introduzione di tecnologia e maturazione di una certa vision strategica nel management, che può non avere le competenze o non essere pronto).

In questo video, intanto, ti spiego cosa é il green washing e perché in genere è meglio diffidare, ma ti spiego anche perché in alcuni casi questo é il primo passo per dichiarare al mondo che, anche se non si é ancora pronti, si ha intenzione di iniziare a contribuire più attivamente alla risoluzione di problemi collettivi – legati in questo caso alle problematiche ambientali.

 

 

Tornando a cose mi fa impact assessment, ecco gli step principali:

  1. Individuare il progetto al centro dello studio.
  2. Definire con che scopo lo si fa e quindi come definire come questo scopo è collegato alla strategia di posizionamento di comunicazione, ma anche a finalità strategiche dell’impresa che non riguardano la comunicazione, ma piuttosto la produzione di efficienza o la ricerca di nuove opportunità di mercato (vuoi aumentare l’impatto pubblico ma contemporaneamente ridurre i costi di un processo? Vuoi aumentare il patrimonio informativo del prodotto per renderlo allo stesso tempo più esportabile? ecc..).
  3. Definire la procedura più adatta di ricerca. L’impact assessment può riguardare un progetto che ha al suo interno diversi sotto progetti e aspetti da identificare e misurare, quindi per ciascuno di questi deve essere individuato lo scopo, l’oggetto della ricerca e il metodo di di misurazione che può differire da sotto progetto o sotto progetto. Gli step 2 e 3 fanno parte di una procedura che si chiama evaluability assessment e che precede l’impact assessment vero e proprio.
  4. Sei pronto per mettere a terra un piano di ricerca. Sto per dirti una cosa più tecnica per la quale potresti aver bisogno di wikipedia 😉 : questo step parte con l’applicazione di un casual model, che in pratica, ti può aiutare nel raffigurare ancora prima dello studio quali possibili risultati e impatti potrebbe portare il tuo progetto, partendo da percezioni ipotetiche – visto che magari non disponi di dati. Questo ti aiuta anche a intravedere a che livello e in che contesto potrebbe presentarsi un impatto del tuo progetto (es. filiera, territorio, comunità locale, comunità globale, gruppi di stakeholder definiti, ecc).
  5. Capire esattamente cosa misurare e attraverso quale metodologia di ricerca: potresti avere bisogno di esperti in indagini qualitative o quantitative.
  6. Creare lo staff adatto a condurre la ricerca sulla base del know how necessario: in questa fase dovrai servirti quasi sicuramente di un supporto esterno
  7. Saranno questi professionisti che ti aiuteranno, a questo punto, a condurre la ricerca e a mettere a sistema i dati raccolti trasformandoli in informazioni utili ad orientare le strategie che guideranno la modifica dei processi e il re-design della value chain.
  8. Queste strategie a loro volta andranno a determinare gli obiettivi che la tua impresa dovrà raggiungere nel breve, medio e lungo periodo e, come ovvio, determineranno anche un riposizionamento della tua comunicazione che probabilmente investirà sia la comunicazione istituzionale, sia quella di prodotto, sia il piano di relazione con gli stakeholders. E non è detto che questo nuovo racconto di impresa non necessiti di essere coronato da un’operazione di rebranding e rifacimento dell’immagine visiva.  Ecco, su questo punto, noto sempre nel mio lavoro che la cosa che accade più di frequente è che le aziende, prese dall’urgenza di corrispondere a delle aspettative del consumatore e ansiose di corrispondere ad un immaginario di pratiche virtuose che si afferma attraverso il dibattito pubblico, più di frequente si lanciano su attività di comunicazione e marketing che le rendono pubblicamente aderenti e sostenitrici di questi valori mettendo in secondo piano l’ impact assessment, che è un processo che richiede tempo, risorse, mindset e know how specializzato. Molto più facile fare un po’ di greenwshing.
  9. Ultimo punto ma fondamentale: trovare il modo di portare questi ritrovati all’attenzione di tutti. La best practice cambia il mondo se la scoperta del singolo diventa accessibile e viene condivisa, l’impatto, infatti, è prodotto dalla qualità delle azioni, ma anche dalla quantità di chi le pone in essere.

E questo avviene anche perché, in una certa misura, le aziende:

non ci credono abbastanza in certi valori e iniziano a crederci quando qualcuno spiega loro la necessità di battersi per questioni collettive (o spiega loro come coinvolgersi potrebbe produrre competitività)

non prendono in considerazione il loro ruolo di attori che impattano su una comunità e sull’ambiente

-hanno una generale percezione di scarsa efficacia o influenza del proprio operato

-anche quando si attiverebbero nell’ottica di modificare i propri processi in modo speculativo per poter raggiungere obiettivi di competitività, non riescono a prevedere con giusto anticipo quali sono i problemi collettivi, non sapendo quindi come trasformarsi.

-Hanno paura di modificare i propri processi in modo radicale per paura che il mercato non li segua, che l’opinione pubblica ci metta troppo ad arrivare a dibattere un tema per portarlo all’attenzione o che i cambiamenti normativi necessari non arrivino nei tempi giusti o arrivino ostacolandole. 

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