Crowdfunding, filantropia, raccolte fondi, ora. Su cosa puntare e come comunicarlo

L’emergenza sanitaria di queste settimane ci ha spinto tutti a dare qualcosa in più, inducendo singoli, associazioni e imprese non solo a donare, ma anche a diventare collettori di risorse e aiuti attraverso modalità innovative.

La filantropia sotto forma di raccolta fondi e conferimento di beni e risorse, -che esiste da qualche secolo- oggi utilizza strumenti moderni e alternativi, si declina in diverse forme (dalla corporate philantropy alla strategic philanthropy, fino alla venture philanthropy), senza abbandonare mai però i due principi cardine su cui si fonda ovvero:

trasparenza di donatori, destinatari delle donatori, “controllori”/certificatori dell’iniziativa e del buon fine

accessibilità delle informazioni da parte dei donatori e del rendiconto rilasciato dal beneficiario alla comunità intera

E’ una percezione errata quella che vede la filantropia come qualcosa di poco in uso, lontano dalla cultura generale e marginale in Italia, specie oggi, data la costante crescita di attenzione verso l’opportunità di singoli e imprese di produrre impatto (anche a scopo di reputazione, é chiaro).

E lo dimostra il fatto che, con l’emergenza sanitaria in corso, sono nate quasi subito raccolte fondi, gestite in velocità attraverso tutti i mezzi che la moderna tecnologia ci mette a disposizione. Da quando Chiara Ferragni e il Fedez hanno lanciato la campagna di crowdfunding per implementare le terapie intensive dell’ospedale San Raffaele di Milano, sono nate centinaia di raccolte fondi in tutta Italia per aiutare gli ospedali, di ogni provincia della Penisola, in difficoltà nella gestione dei malati di COVID-19. E se fino ad oggi sono stati raccolti oltre 7 milioni di euro su diverse piattaforme tra cui GoFundMe, quella scelta dai Ferragnez, ma anche Starteed, Eppela e For Funding, e molti industriali a diverso titolo hanno fatto cospicue donazioni, è perché l’impegno filantropico rimane un elemento molto radicato nella nostra cultura.

Quando la filantropia utilizza mezzi innovativi come il crowdfunding mission driven, poi, i risultati sono sorprendenti. Prima di tutto perché questa raccolta per cause afferma fortemente il principio per cui, in mezzo ad una massa di donatori di estrazione disomogenea, ognuno dona ciò che può, rendendo ogni iniziativa quasi sempre un grande successo. La fanno da padrona, in questa corsa a chi é più generoso, influencer e grandi aziende, con il compito fondamentale di ispirare e condurre il gioco incoraggiando le persone ad attivarsi per le proprie città.

Ma sono anche altre le iniziative di raccolta fondi che stanno trovando spazio in questo periodo e, se non riguardano direttamente la solidarietà ai tempi della pandemia, affermano comunque la permanenza di altri trend di investimento destinati a durare e che forse sono, in questo frangente difficile, i soli altri trend che hanno possibilità di determinare uno spostamento di risorse ( mantenendo anche un buon rapporto di visibilità in un clima di impazzante rumore mediatico).

Si tratta dei seguenti trend:

  • Quello di investire o raccogliere denaro per potenziare progetti e aziende impact-based e mission-based con finalità di innovazione sociale e ambientale, che abbiano al centro una forte componente di innovazione e ricerca, specie sul rapporto tra salute umana e ambientale e tra salute e innovazione sociale/inclusione.
  • Quello di investire risorse in progetti di sviluppo economico locale e innovazione all’interno dei cluster, che servano a rafforzare le economie di filiera e di distretto, proteggere le produzioni locali, garantendo loro maggiori opportunità sul mercato nazionale e sui mercati stranieri. E proprio in questa situazione di emergenza, che rischia di mettere in ginocchio l’economia nazionale e locale, sta portando alla luce la necessità di proteggere il nostro Made in Italy dalle frodi, dai cali di vendite dovuti alle preoccupazioni dei clienti stranieri, dai tentativi di boicottaggio e dumping, tenendone alta la reputazione anche puntando sulla costituzione di patrimonio informativo di prodotto.
  • Quello di investire e attrarre risorse con metodi alternativi per potenziare i servizi per il marketing territoriale e per il turismo
  • Quello di investire in progetti che mettono in rapporto il mondo agritech e food con i principi di sana nutrizione, accessibilità alle risorse, sicurezza delle produzioni e salvaguardia della biodiversità, in Italia ma anche in diverse parti del mondo, anche allo scopo di guidare lo sviluppo nei Paesi la cui economia dipende in grande parte dalla componente rurale.
  • Il trend che riguarda l’investimento in quello che permette di accedere a risorse energetiche pulite a prezzi sempre più accessibili a famiglie e aziende e che ci aiuta a diminuire sprechi e rifiuti in ottica circolare.
  • Il trend nascente di investire in quello che ha radici nella garanzia del godimento di diritti fondamentali personali, collettivi ed economici e diritti di equo accesso a istruzione, alimentazione, lavoro, insieme a tutto quanto garantisce una vita dignitosa.
  • infine, diventerà un trend (forse destinato ad erodersi nel breve, però) quello di investire in quello che stava già entrando nei nostri consumi e stili di vita e che l’emergenza sanitaria ha accentuato come tendenza in crescita o necessaria per la nostra vita: formazione a distanza, tecnologie e servizi per lo smart working, delivery, servizi di prossimità in chiave innovativa, caregiving on demand, tutto quello che insomma, se prima ci sembrava allontanarci, in realtà in queste settimane ci ha permesso di garantire la nostra vicinanza e presenza nelle relazioni famigliari e lavorative e di soddisfare i nostri bisogni.

Questi sono quindi gli ambiti in cui ancora oggi, in piena emergenza sanitaria, puoi pensare di attivare una campagna di crowfunding o di raccolta fondi che abbia il potenziale di interessare gli investitori e i filantropi, che nel frattempo l’emergenza ha riportato ancora più in contatto con i loro lato umano.

Detto questo, se hai un’idea di valore, e che può ottenere ancora più attenzione in questo periodo, quindi, come puoi radunare i tuoi stakehoder o investitori e raccogliere i capitali necessari per portare avanti il tuo progetto? 

La regola numero uno delle iniziative di raccolta fondi, come anticipavo, è la trasparenza: è importante comunicare correttamente la campagna, inserendo tutti i dettagli dell’azienda (identità, mission e vision) e la storia dietro al progetto (com’è nata l’idea, perchè è nata), il valore e l’impatto che potrà creare sulla società e il fabbisogno finanziario esteso, spiegando dettagliatamente i costi che verranno sostenuti.

È sicuramente utile diffondere la notizia sulla stampa nazionale e locale, così da creare interesse e un clima di passaparola positivo, chissà che qualche ambassador sia disposto a farsi avanti per la causa (e se non si fa avanti,c ercatelo!). In momenti di crisi come quelli che stiamo vivendo in queste settimane, però, attenzione a specificare se e in che misura il progetto ha scopo di lucro. 

La visibilità che otterrete sulla stampa vi ripagherà dello sforzo sostenuto e vi permetterà anche di creare attenzione sulla campagna di crowdfunding, momento in cui l’interesse degli investor diventerà finalmente concreto. Non avrete difficoltà a trovare persone interessate ad investire in progetti impact-based come quelli citati sopra. 

Durante la campagna ricordatevi, infine, di comunicare i progressi e gli step che il progetto sta affrontando e di far raccontare dai vostri stakeholder perché credono in voi (investitori, fornitori, dipendenti, clienti, associazioni ecc..), oltre a raccontare i valori dell’azienda e il valore aggiunto del progetto per la comunità o la società più in generale. I vostri stakeholder sono anche i vostri ambassador, persone che credono in voi e nel vostro progetto; dunque coinvolgeteli nel racconto, rendendolo ricco e di valore.

Se vuoi approfondire insieme a me l’argomento guarda le mie disponibilità.

La tua impresa può fermarsi, se ha il giusto mindset

Nelle prossime settimane le imprese si troveranno ad affrontare una situazione molto complessa, per alcune mai affrontata prima. L’impossibilità di interrompere il proprio business si scontra con le misure precauzionali imposte dallo Stato, oltre che con il timore degli stakeholder, soprattutto quelli esteri, di intrattenere rapporti lavorativi con aziende nella zona rossa. Anche tu stai cercando di capire cosa fare, ma soprattutto, hai paura che il tuo business sia inghiottito dalla crisi e dal vuoto d’attenzione cosmico fatto di clienti e stakeholder reticenti.

Però pensaci: nella crisi, un’azienda leader si riconosce dal mindset. E il giusto mindset si concretizza in capacità di adattarsi, di agire in modo responsabile e identificare le opportunità.

La fase di rottura che non ti aspettavi, infatti, ti mette a nudo, ma mette a nudo anche i tuoi clienti e i tuoi stakeholder, dandoti una miniera di informazioni che potranno diventare la tua guida definitiva ad un percorso di successo. Intanto, ti fa capire a cosa i tuoi clienti danno valore, chi sono target indiretti/inattesi/estesi del tuo brand, cosa é necessario nella tua offerta, quanto pesa il patrimonio informativo del tuo prodotto, cosa pensavi che fosse una condizione sine qua non della tua value proposition (ma invece puó essere modificato senza troppe perdite), chi ti é vicino nonostante tutto, cosa salvano i tuoi stakeholder davanti all’incerto ( salvano te?), se sono affidabili o impulsivi, se manifestano capacità di controllo o paura: non sono forse tutte informazioni strategiche di grande valore che normalmente richiedono l’impiego di molte risorse per rivelarsi?

E la crisi, se non la si augura mai a nessuno, é comunque un momento in cui, volenti o nolenti, si é costretti a pensare (anche se non si ci può fermare): non é un caso che molte delle operazioni strategiche di successo nascano nella fase di uscita da una crisi.

Oggi tu imprenditore hai due compiti: dal primo non puoi esimerti, ovvero devi tradurre le direttive dello Stato in azienda, il secondo, per quanto sembri precoce, é quello da cui dipende la tua effettiva capacità di tirarti fuori da un momento di paralisi, e consiste nell’iniziare a guardare al futuro, ossia a quando la crisi sarà terminata. È bene infatti arrivare ben preparati alla conclusione di un periodo di crisi per poter ripartire senza intoppi o rallentamenti.

Entra così in gioco qualche concetto che viene dal crisis recovery, terzo passaggio del crisis management, dopo la fase di research e response. Si tratta di impostare una serie di attività che permettano all’azienda di recuperare l’essenza dei propri valori nonché ristabilire il proprio posizionamento sul mercato.

Ecco a cosa dovrai essere pronto:

  1. Riconoscere che la crisi è passata e che quindi si può pensare al recupero: arriverà il momento in cui si potrà tornare alla normalità e in cui bisognerà attivarsi per comunicare il superamento della crisi.
  2. Ricalibrare le attività e fare un assessment del danno sull’azienda e sul brand: onde evitare di trattare temi che non sono stati percepiti come rischiosi all’esterno è bene raccogliere i rumors ed i segnali di clienti, fornitori e così via. Una volta raccolti si può procedere all’assessment ossia alla misurazione del danno sull’azienda.
  3. Riparare la reputazione, se l’accadimento ha costretto l’azienda a performare sotto i propri standard ad esempio. Come si fa? Prima di tutto, articolando una strategia rivolta a costruire un ponte diretto con gli stakeholder chiave: andrà studiato un messaggio personale per ogni stakeholder chiave, con l’obiettivo di rassicurare l’interlocutore sui tempi e modi della ripartenza, sul recupero della performance, sulla ripresa della fiducia da parte degli investitori e sull’inscalfibile forza del brand.
  4. Ridirezionare il dialogo negativo, programmando notizie positive di come, step by step, si sta tornando alla normalità, più forti di prima.
  5. Rinvigorire i valori di brand e riprendere i contatti sociali: un mix di comunicazione di impresa e ripresa delle relazioni pubbliche permetterà il recupero completo dell’azienda.

La fase recovery é fatta anche di strategia e creatività, che spesso nascono rielaborando fatti e input importanti emersi durante la gestione della crisi: parole d’ordine dunque, mettersi in ascolto, prendere appunti, cercare soluzioni per il breve ma soprattutto porre le basi per migliorare nel lungo periodo (la comunicazione, i processi, la value chain, il team..).

In questo periodo di stasi apparente, quindi, fai girare le rotelle, raccogli dati e informazioni, osserva le persone, misura, ripensa alle tue aspettative, comprendi la portata dei fallimenti, guarda come vive il resto del mondo, riscopri la tua passione.

Se vuoi capire insieme a me come muoverti per ripartire guarda le mie disponibilità.

Lo smart working migliora o peggiora la comunicazione?

Lo smart working é adatto a tutte le tipologie di azienda? Sicuramente non tutti i business possono adottarlo: ci sono alcune professioni che richiedono il rapporto uomo-macchina, l’artigianalità e le trasferte verso clienti/fornitori o altre che richiedono una garanzia di sicurezza e privacy che, da casa, potrebbe non essere rispettata.

Bene, lo smart working forse non è adatto a tutti i modelli di business ma in questo periodo se ne parla molto, a causa del clima di rumore ed allarmismo dato dalla diffusione del Coronavirus. Volenti o nolenti, in queste settimane molte aziende hanno dovuto adattarsi alle misure imposte dal Governo e attivare il “lavoro agile” per i propri dipendenti.

Definiamo prima però cos’è. Lo smart working, detto anche agile work o lavoro agile, è un approccio innovativo all’organizzazione del lavoro, che si contraddistingue per parametri quali la flessibilità e l’autonomia di spazi, orari e strumenti e che prevede una valutazione delle performance sulla base dei risultati raggiunti.

Introdurlo in azienda non solo aiuta a snellire i processi, a conciliare il work-life balance dei lavoratori, a dimostrare fiducia nel personale ed attuare allo stesso tempo misure di welfare aziendale, bensí, se ben gestito, permette di raggiungere obiettivi di comunicazione molto strategici, che possiamo dividere in interni ed esterni. Vediamoli.

Gli obiettivi di comunicazione interna si concretizzano in:

  • uno snellimento delle riunioni e delle conversazioni che quindi si traduce in ottimizzazione delle ore di lavoro e anche dei tempi di risposta al cliente. L’azienda quindi godrà di maggior produttività dei propri dipendenti e di tempestività verso le richieste interne? Se hai lavorato ai flussi informativi per prepararti ad attuarlo, sí.
  • un efficientamento dei processi che portano alla conclusione di una task: quando si è tutti insieme in ufficio spesso non si comunica perchè si ha una percezione di condivisione effettiva superiore a quella che è nella realtà; essere distanti invece ci aiuta a mentalizzare che, se vogliamo una risposta, dobbiamo fare una domanda e quindi attivarci.
  • un modo per evitare di incontrare gli stati emotivi altrui, potendosi dedicare così alle necessitá effettive, ad essere più operativi, non distraendosi su problematiche non strettamente lavorative. Hai presente i colleghi che si lamentano, dissentono senza dissentire, rispondono alle domande propinandoti prima le loro lamentele generali sul tema (gli stessi che si sono già lamentati per lo smar-tworking e per il virus e per le campagne social sul tema?). Ecco, certo non si prenderanno la briga di fissare una skype call aspettandosi di potere mettere al centro il loro stato emotivo, né di poter rispondere alle e mail operative con le loro considerazioni personali sui mali del mondo.
  • Lo smart working aumenta il problem solving personale e identifica la fonte delle idee e proposte, permettendo al management di individuare chi è un vero problem solver e un talento, potendo così identificare i corretti meccanismi di reward: spesso infatti i processi condivisi nascondono l’inadeguatezza di alcune risorse oltre alla fonte delle idee innovative, che nascono in contesti di condivisione.
  • Lo smart working obbliga a migliorare i flussi di comunicazione interna costringendo il team a definire policies di comunicazione interna ad hoc, che contribuiscono a migliorare anche i flussi che avvengono quando si lavora tutti insieme dall’ufficio.

Invece, in termini di comunicazione esterna lo smart working:

  • aiuta l’azienda a rappresentare i suoi valori e le sue iniziative di welfare e innovazione sociale all’esterno, ma anche ai propri dipendenti, che saranno quindi più gratificati e soddisfatti grazie ad un migliore work-life balance.
  • se ben gestito, è un modo per individuare in maniera più chiara referenti per ogni tipo di richiesta, creando figure specializzate e in grado di gestire diverse situazioni in massima autonomia.
  • aiuta l’azienda a manifestare la sua spinta all’innovazione e all’efficienza.
  • spinge l’azienda a rendere univoco il proprio mandato comunicativo.

Lo smart working, invece, può non essere ottimale quando, in caso di comunicazione di crisi, non è stata definita una strategia comunicativa comune. L’azienda in questo caso ha bisogno di mettersi al centro e, con la partecipazione di tutti, di controllare i flussi di informazione in entrata e in uscita. Puoi leggere di più in questo altro articolo.

Sai comunicare la disruption?

La disruption, che non ha per forza a che fare con l’innovazione tecnologica, è un risultato molto ricercato quando si posiziona un progetto o un’azienda, perché progettare a partire da un tentativo di inversione delle modalità classiche di funzionamento di un business o di un settore viene considerato una potenziale scorciatoia nel successivo percorso di go to market (la parte più difficile della messa a terra di un progetto, che ne determina il successo o il fallimento).

Questo avviene perché, nel mare magnum dell’offerta in un mercato globalizzato, l’azienda cerca sempre di estremizzare il proprio modo di essere diversa, attenggiamento giustificabile e sensato in alcuni casi (ad esempio se l’azienda trova un modo più sostenibile per portare avanti la sua missione, magari migliorando la qualità o l’accessibilità della sua offerta), ma che é perfino rischioso in altri (ad esempio quando il posizionamento di un’azienda e della sua offerta si basa su una moda passeggera e quindi pretende di diventare disruptive tentando di alimentare l’attenzione verso qualcosa che non è destinato a sopravvivere).

Un progetto non nasce disruptive, bensí lo diventa quando dimostra il suo effettivo impatto dirompente e quando ne viene riconosciuto ampiamente il valore rivoluzionario: in poche parole, non sei mai tu a decretare se la tua idea é destinata ad esserlo, é sempre il mercato che, in modo imprevedibile, ad un certo punto, lo deciderà.

Quando un prodotto cerca di avere un impatto disruptive spesso è perché il prodotto stesso che rompe gli schemi é erroneamente considerato più facile da comunicare in funzione della sua unicità e intrinseca capacità di differenziarsi dal resto dell’offerta, essendo facilmente distinguibile dal resto. In realtà questo è vero se il prodotto anticipa un trend o interpreta un bisogno nascente (funzionale, sociale o psicologico), non lo é se invece cerca di imporre, ad esempio, un nuovo comportamento di consumo in un contesto resistente al cambiamento o non ancora pronto, dove non esistono le variabili sociali, economiche e culturali adatte ad integrare la nuova offerta facendola attecchire.

Infine, la disruption é spesso associata all’innovazione (ma non tutto quello che è diverso porta il progresso), o alla tecnologia (ma non tutto il cambiamento ha presupposti tecnologici), o anche all’accelerazione.. ma non tutto quello che é diverso va nella direzione di rendere qualcosa più rapido o di valorizzare i processi o le abitudini di consumo fast, magari al contrario (mai come ora), la disruption ha più le sembianze del tornare a valorizzare quei processi e progetti che richiedono tempo per produrre qualcosa destinato a sopravvivere.

Quello che é universalmente vero, però, é che la potenziale portata disruptive di un progetto/prodotto é difficile da comunicare in modo corretto, soprattutto perché quello fai che nascere “diverso”:

-deve avere delle forti motivazioni che lo originano,

-deve avere endorsement autorevoli per risultare credibile,

-deve dimostrare più degli altri di non essere figlio di una moda e di non provenire da una sovrastima di un bisogno/trend,

-deve superare la resistenza al cambiamento e confrontarsi con variabili culturali e sociali che ne determinano l’accettazione,

richiede tempo e buona capacità di divulgazione e sensibilizzazione su temi magari sconosciuti, magari percepiti come non essenziali, o su temi troppo tecnici per far parte del buzz e del discorso pubblico, o ancora che riguardano minoranze e non sono destinati a diventare pop o, infine, che vadano a scardinare luoghi comuni e convinzioni molto radicate,

-ti mette probabilmente nella posizione del first mover: hai davanti un’autostrada ma puoi non avere alleati, sostieni la maggior parte dei costi legati al cambiamento di un paradigma (es. ricerca e sviluppo) e sei il solo a testarne la solidità allontanandoti da opportunità di mercato che magari sono ancora valide, sei il solo impegnato ad aprire le strade (es. canali distributivi), cambi la tua value chain a tuo rischio e pericolo, sei il solo a diffondere una nuova consapevolezza nel consumatore e a sostenerne i costi, nvigando nell’incertezza. Allo stesso tempo però ti differenzi dagli altri, fai parlare di te, puoi avere rendimenti interessanti alla tua attività prima che i competitor ti raggiungano e, se sei stato davvero disruptive, il tuo mercato cominci ad affollarsi di attori.

Per questo per comunicare la disruption (a cui ambisci) devi essere attrezzato di: argomentazioni valide e fondate, ambassadors, stakeholder forti e sensibili al tema (e in grado di influenzare e fare seeding), orecchie, per ascoltare con continuità il mercato e l’aderenza delle tua argomentazione ai temi sentiti dai consumatori (e a quello che percepiscono come portatore di valore), sensibilità e apertura alla contaminazione, pazienza nel sensibilizzare, portare nuovi punti di vista, disambiguare e, infine, risorse economiche, know how e conoscenze multisettoriali.

Che personalità ha il tuo brand?

La brand personality è una dimensione dell’identità di marca che nasce quando degli attributi e tratti di personalità umani vengono associati al brand.

Alcuni studi hanno dimostrato che le persone tendono ad attribuire alle marche tratti simili a quelli della personalità umana e, di conseguenza, sono inclini a scegliere brand che sono coerenti con la loro immagine (self-identity) o con quella di sé che vorrebbero comunicare agli altri (social-identity). La definizione della personalità di brand permette di creare affinità con i consumatori e quindi fidelizzarli.

Vediamo allora gli step per determinare la brand personality. Innanzitutto, si identifica ponendosi una serie di domande:

  • Quali sono gli elementi che lo definiscono? Identità, luogo e momento storico;
  • A chi potrebbe rivolgersi e da chi/cosa vuole prendere le distanze il brand?
  • Aspetti performativi: cosa sa fare il brand, cosa non sa, cosa potrebbe e cosa non potrà mai fare?
  • Chi è il target ideale, reale ed effettivo? Andranno identificati i suoi bisogni, il consumption mix e i fattori sociali, culturali e valoriali che lo condizionano.

In seguito, si studiano le associazioni e percezioni tramite una serie di caratteristiche umane. Il brand sa come ascoltare, comunicare, fare advocacy, è disciplinato o più flessibile, è innovativo o tradizionale, più femminile o maschile? Una volta definite le caratteristiche si va a vedere quali sono più vicine al brand e la combinazione di queste capacità darà shape alla personalità del brand.

Non va poi sottovalutata la definizione di “scorciatoie cognitive” accettabili e non: bisogna infatti preoccuparsi di unificare il mandato comunicativo di tutti gli stakeholder per evitare che si creino banalizzazioni che penalizzano la reputazione del brand e dei suoi prodotti/servizi.

Per comunicare il brand e quindi fare branding ti servirà aver definito la sua personalità. Una volta costruita, ti accorgerai che questa determina in modo radicale la comunicazione corporate e di prodotto, aprendo la strada allo storytelling di marca e alla definizione della dimensione evolutiva della stessa.

Pensaci, lavorare sulla strategia di brand è un modo per rendere coerente la reputazione, per diventare riconoscibili e memorabili aumentando la brand equity, che esprime anche un valore economico.

Conoscere la brand personality, inoltre, ti guida nella selezione gli influencers e ambassadors da affiancare al tuo brand. Se conosci la tua brand personality infatti sai anche quali attributi di personalità devono avere o incarnare le persone che ti rappresentano. A questo proposito puoi leggere l’articolo sul ruolo dei micro-influencer.

La brand personality è una connotazione di fattori abbastanza statica, ma questo non esclude che in momenti particolari il brand possa esprimere lati nascosti della sua personalità, rendendosi interessante ai suoi stakeholder e consumatori (come avviene nel real time marketing ad esempio).

Un brand forte e riconosciuto, infine, ti permette di resistere alle crisi di mercato, espanderti costantemente, risorgere dalle crisi di comunicazione.

Una proposta di value design per le imprese agritech

Le imprese dell’agritech e del food oggi stanno affrontando una sfida importantissima: quella di riportare al centro le produzioni agricole e il tema dell’alimentazione sana e sicura, facendo riemergere valori legati alla tradizione produttiva, ma anche alla sostenibilità ambientale e a temi che hanno ricaduta economica e sociale a livello globale, come la disponibilità di risorse in alcune parti del mondo limitate.

E’ una grande responsabilità per questo settore, ma anche una grande opportunità di rinnovarsi, quelle realtà che lo hanno capito stanno riscrivendo il modo di produrre rigenerando il suolo, risparmiando acqua ed energia, tracciando le filiere, aumentando la sicurezza e la salute delle colture, combattendo la contraffazione, proteggendo le economie locali, rendendo sostenibili le produzione e cruelty free le sperimentazioni, rieducando il consumatore e orientando le scelte di consumo verso modelli che contemplino stili di vita più responsabili, recuperando colture antiche e spazi di vegetazione essenziali e rendendo accessibili nei Paesi in via di sviluppo cibo e risorse idriche essenziali per la vita.

Tutto questo avviene in un settore che, nel mentre, si confronta al suo interno innovando lunghe tradizioni produttive, affrontando passaggi generazionali, che si sta connettendo ad altri settori come quello del turismo, educandosi alle relazioni istituzionali e tra stakeholder, per fare della propria narrazione ritrovata il punto di partenza di strategie glocal di attività mirate ad aumentare l’attrattività territoriale.

Quali sono allora i punti cardine di una strategia di valore per una impresa agritech che vuole essere competitiva, re-interpretando il proprio ruolo nel contesto globale? Eccole qui.

Le parole che non potrai più ignorare nel 2020

Oggi ti spiego il significato di alcune parole che forse non hai ancora sentito, oppure che conosci, ma magari non sai quale importante significato racchiudono e perché presto entreranno nell’universo dei tuo lessico lavorativo, cambiando il tuo modo di pensare.

Ecco qui, quindi, le tue nuove parole passepartout e il loro significato:

  • Impact investing: intende quella concezione per cui capitali di proprietà di privati e fondi possono essere investiti in attività che abbiano un impatto di tipo pubblico (sociale, ambientale,..) misurabile, oltre che un rendimento economico. I soggetti dell’impact investing sono imprese, organizzazioni, fondi, fondazioni di impresa, ecc e oggi sempre più chi investe lo fa con l’intenzione di contribuire allo sviluppo economico di un’iniziativa che aumenti il capitale d’impresa nelle sue diverse dimensioni (finanziaria, naturale, intellettuale, sociale, umano, produttivo).

Pinkwashing cosa?

Credi di non sapere cosa sia il pinkwashing, ma è troppo comune perché tu non l’abbia mai incontrato. Vediamo: la tua azienda sta organizzando un’iniziativa di welfare aziendale rivolta ai dipendenti che farà parte di una campagna di comunicazione istituzionale di grande visibilità. Con questa iniziativa la tua azienda si farà traino nel suo settore di un nuovo modo di concepire i diritti genitoriali, il concetto di emancipazione femminile in rapporto al work life balance e racconterà come il suo personale, indipendentemente dal genere, goda di particolari agevolazioni volte a permettere un empowerment in ambito lavorativo e allo stesso tempo maggiore serenità nella gestione dell’impegno lavoro-famiglia.

Bello bello.. sulla carta… Poi per realizzare questa iniziativa che richiede grande effort, però, la scorsa settimana sono stati negati allo staff intero i permessi familiari e il team ha lavorato ben oltre le 40 ore settimanali senza vedersi riconosciuti gli straordinari. Hai dovuto fare un lavoro che non è nelle tue mansioni per tamponare l’assenza del capo e facendolo hai scoperto che l’operazione non ha un’origine genuina, ma è stata messa sul tavolo del management a seguito di una crisi di comunicazione originata da una vertenza sindacale attivata da una giovane neo mamma che non ha visto rinnovarsi il suo contratto a progetto,…Però la prossima settimana potrai “sentirti ascoltata” perché il management ha organizzato un incontro con una motivatrice agguerrita che verrà a raccontarti che il primo step per emanciparsi nel lavoro e nella vita è “credere in se stesse”.

Provato per voi: fare un podcast home-made in 5 mosse

Abbiamo parlato nello scorso articolo del podcast, di come é nato e del come sta modificando le abitudini di consumo di contenuti di utenti professionali e non.

Ma io lo so, ti stai già chiedendo se é qualcosa che puoi fare anche a casa per conto tuo o se richiede investimenti particolari o una dotazione alla portata di tutti. 

Ebbene ti dico che, per raggiungere un risultato apprezzabile non é necessario che tu sia un professionista, bensí basta conoscere alcuni elementi fondamentali, dotarsi di un microfono di media qualità e di un filtro antipop e smanettare un po’ con programmi che puoi trovare online per iniziare la tua avventura. Io ci ho provato a casa e, tranne quando i miei vicini guardano la tv o ascoltano la radio rumorosamente, posso assicurarti che sono riuscita a produrre materiale di qualità professionale pur non lavorando con l’ansia da prestazione o in cerca di un risultato perfetto: quel che importa è che tu abbia contenuti catchy e una vera storia da raccontare o un bel format per ingaggiare i tuoi ascoltatori.

Ti è venuta voglia di provare? Allora ti spiego come!

Fenomenologia del podcast

In origine era la radio: informazione, attualitá, musica, parole sparse e adv in un flusso continuo capace di tenere compagnia a quasi ogni tipo di ascoltatore in cerca di intrattenimento. Produzioni costose, pubbliche e poi sempre più indipendenti, frequenze comunque limitate, speaker e personaggi noti al centro, bon ton tematico e un graduale ritorno  nei ranghi che nei decenni ha soppiantato l’entusiasmo delle radio libere locali che trasudavano voglia di emancipazione nel ’76 e che hanno portato le vibrazioni internazionali nelle case di provincia italiane.