Le parole che non potrai più ignorare nel 2020

Oggi ti spiego il significato di alcune parole che forse non hai ancora sentito, oppure che conosci, ma magari non sai quale importante significato racchiudono e perché presto entreranno nell’universo dei tuo lessico lavorativo, cambiando il tuo modo di pensare.

Ecco qui, quindi, le tue nuove parole passepartout e il loro significato:

  • Impact investing: intende quella concezione per cui capitali di proprietà di privati e fondi possono essere investiti in attività che abbiano un impatto di tipo pubblico (sociale, ambientale,..) misurabile, oltre che un rendimento economico. I soggetti dell’impact investing sono imprese, organizzazioni, fondi, fondazioni di impresa, ecc e oggi sempre più chi investe lo fa con l’intenzione di contribuire allo sviluppo economico di un’iniziativa che aumenti il capitale d’impresa nelle sue diverse dimensioni (finanziaria, naturale, intellettuale, sociale, umano, produttivo).

Hai fatto il tuo impact assessment?

Fai tante cose che ti portano business ma oggi gli investitori sono interessati a chi produce anche impatto sul mondo. La tua impresa ha già prodotti presentati come sostenibili al consumatore (oggi può essere parte di una strategia di marketing) ma vuoi prendere le distanze dal greenwashing: ecco perché é il momento di fare un impact assessment.

Una valutazione di impatto è un processo che serve a valutare gli impatti pubblici, economici, sociali e ambientali legati all’azione dell’impresa.

Si tratta di un concetto precedente al recente trend che vede le imprese al centro di una trasformazione della loro missione nel senso della responsabilità sociale e della maggiore attenzione verso la comunità in cui operano (anche in senso glocal), poiché nasce nell’ambito politico e amministrativo come primo step nella misurazione dell’impatto complessivo prodotto dalle politiche pubbliche, essendo peraltro una pratica integrata nel processo decisionale dell’OCSE e della Commissione Europea.

L’impact assessment, insomma, si applica ad ogni progetto quindi, in sintesi serve a identificare e misurare l’impatto che lo stesso può avere nel futuro su un contesto definito.

Pinkwashing cosa?

Credi di non sapere cosa sia il pinkwashing, ma è troppo comune perché tu non l’abbia mai incontrato. Vediamo: la tua azienda sta organizzando un’iniziativa di welfare aziendale rivolta ai dipendenti che farà parte di una campagna di comunicazione istituzionale di grande visibilità. Con questa iniziativa la tua azienda si farà traino nel suo settore di un nuovo modo di concepire i diritti genitoriali, il concetto di emancipazione femminile in rapporto al work life balance e racconterà come il suo personale, indipendentemente dal genere, goda di particolari agevolazioni volte a permettere un empowerment in ambito lavorativo e allo stesso tempo maggiore serenità nella gestione dell’impegno lavoro-famiglia.

Bello bello.. sulla carta… Poi per realizzare questa iniziativa che richiede grande effort, però, la scorsa settimana sono stati negati allo staff intero i permessi familiari e il team ha lavorato ben oltre le 40 ore settimanali senza vedersi riconosciuti gli straordinari. Hai dovuto fare un lavoro che non è nelle tue mansioni per tamponare l’assenza del capo e facendolo hai scoperto che l’operazione non ha un’origine genuina, ma è stata messa sul tavolo del management a seguito di una crisi di comunicazione originata da una vertenza sindacale attivata da una giovane neo mamma che non ha visto rinnovarsi il suo contratto a progetto,…Però la prossima settimana potrai “sentirti ascoltata” perché il management ha organizzato un incontro con una motivatrice agguerrita che verrà a raccontarti che il primo step per emanciparsi nel lavoro e nella vita è “credere in se stesse”.

Provato per voi: fare un podcast home-made in 5 mosse

Abbiamo parlato nello scorso articolo del podcast, di come é nato e del come sta modificando le abitudini di consumo di contenuti di utenti professionali e non.

Ma io lo so, ti stai già chiedendo se é qualcosa che puoi fare anche a casa per conto tuo o se richiede investimenti particolari o una dotazione alla portata di tutti. 

Ebbene ti dico che, per raggiungere un risultato apprezzabile non é necessario che tu sia un professionista, bensí basta conoscere alcuni elementi fondamentali, dotarsi di un microfono di media qualità e di un filtro antipop e smanettare un po’ con programmi che puoi trovare online per iniziare la tua avventura. Io ci ho provato a casa e, tranne quando i miei vicini guardano la tv o ascoltano la radio rumorosamente, posso assicurarti che sono riuscita a produrre materiale di qualità professionale pur non lavorando con l’ansia da prestazione o in cerca di un risultato perfetto: quel che importa è che tu abbia contenuti catchy e una vera storia da raccontare o un bel format per ingaggiare i tuoi ascoltatori.

Ti è venuta voglia di provare? Allora ti spiego come!

I momenti principali di un crowdfunding e come comunicare ogni step

Nell’articolo precedente ti ho raccontato come affrontare strategicamente la comunicazione di una campagna di crowdfunding; oggi invece voglio spiegarti quali sono i principali momenti che compongono la campagna, quali sono gli strumenti di comunicazione che funzionano meglio e quali le regole d’oro da tenere sempre in mente per coltivare la visibilità offerta dalla campagna.

Il primo step della campagna è quello che definirei di “soft commitment“: è il momento nel quale si raccolgono le prime manifestazioni d’interesse e di impegno economico e generalmente avviene all’interno di un gruppo stretto di conoscenze, il cosiddetto family and friends. L’azienda cerca di capire il mood del mercato e chi sono le figure a cui può interessare il progetto, i potenziali investors. Questa fase, che dura circa 15-20 giorni, è di fondamentale importanza e non va sottovalutata in quanto se fatta bene, aiuta ad iniziare la campagna con il piede giusto.

Imposta la comunicazione della tua campagna di crowdfunding

Il crowdfunding equity-based permette a startup e PMI  di raccogliere capitale di rischio per finanziare l’espansione del proprio progetto. Questo avviene attraverso l’emissione di strumenti finanziari partecipativi al capitale sociale dell’impresa, la raccolta di capitali di rischio,  e può iniziare con un’offerta agli investitori che viene veicolata su piattaforme specializzate che proliferano nella rete con la promessa di realizzare l’incontro tra investitore e imprenditore, grazie all’attività di un team con competenze specifiche nel campo della finanza, della comunicazione strategica, del digital marketing e dell’information technology.

Ci sono tante piattaforme e tante idee che possono dare il boost ad una campagna di crowdfunding, ogni campagna ha una storia a sé che dipende da fenomeni non ripetibili. Una cosa che accomuna tutte le campagne è la centralità di una buona strategia di comunicazione agli investitori potenziali e ad un pubblico più ampio di stakeholder in ascolto.

Quando dovresti cambiare una comunicazione prodotto che va bene

Il tuo prodotto si vende da solo. Illusione.

Non esistono infatti prodotti che si vendono da soli ma aziende che sanno come renderli forti sul mercato ogni giorno e che ne considerano il posizionamento di mercato e la strategia di comunicazione abbinata elementi “dinamici”.

E’ proprio cosí: anche prodotti che sembrano restare sul mercato nel tempo senza troppe novità o sorprese, in realtà ci restano proprio perché c’é chi si occupa di garantire l’equilibrio delle variabili interne ed esterne che modificandosi potrebbero  pregiudicarne il successo. In poche parole, anche nella strategia prodotto del bene primario, più tradizionale ed eterno c’ é sempre qualche variabile che cambia e qualche equilibrio da ristabilire.

Il successo di un prodotto dipende dal lavoro quotidiano di mantenimento del suo posizionamento e della sua reputazione, ed è facile capire che bisogna dare un giro di vite se il prodotto non funziona o qualcosa va storto. Ma quali sono i campanelli che fanno decidere ad un’azienda che é il momento di cambiare argomentazioni, anche quando il prodotto è già apprezzato?

Ho notato come spesso l’influenza dell’ambiente esterno, sotto forma di spinta all’innovazione, cambiamento degli stili di vita e di consumo, affermazione di valori sociali, cambiamenti normativi ecc.. induce le aziende a chiedersi come comunicare meglio un prodotto che non ha problemi particolari di reputazione o posizionamento, semplicemente per riportarlo all’attenzione in una chiave più attuale. Nell’operatività dell’azione strategica, poi, questo processo di ricerca di un posizionamento di comunicazione induce sempre più spesso la definizione di un completo re design della proposizione di valore del prodotto, re design che può interessare solo gli aspetti rappresentazionali e di comunicazione (es. il prodotto ha bisogno di un nuovo patrimonio informativo per essere apprezzato)  o che può coinvolgere anche la modifica di aspetti strutturali del prodotto stesso o dell’offerta di cui fa parte (es . il prodotto viene ridisegnato e riconcepito o, altro esempio esempio, abbinato ad un servizio).

Questa modalità di procedere è corretta, l’azienda dovrebbe essere sempre in ascolto di quei “rumori ambientali” (anche quelli che che apparentemente non dovrebbero riguardarla direttamente) e analizzare come, insieme ad altre variabili, questi elementi del domani potrebbero determinare molto da vicino i suoi equilibri (anche attuali).

Quelli che lo fanno imparano molto dal mercato e rendono i propri prodotti intramontabili. E’ però una modalità di azione che produce risultati positivi tanto più un’organizzazione governa processi di ascolto esterno costanti,  costruiti con lo scopo di distinguere le mode dai trend duraturi e finalizzati ad esplorare il mondo esterno in una dimensione globale e non parziale.

Comunicare il mercato della micromobility

Quando si parla di micromobility ci si riferisce alla mobilità tramite una categoria di mezzi di trasporto tra cui veicoli molto leggeri come monopattini elettrici, skateboard elettrici, biciclette condivise e pedalata assistita, hoverboard, segway, monopattini e monowheel ecc..  e tutti quei mezzi che occupano lo spazio di una bicicletta, oggi, sempre più utilizzati a tutte le età.

Ultimamente si sente spesso dire che la micromobility è il futuro del trasporto urbano: questo trend è apparso quasi d’improvviso nelle grandi città ed è subito stato adottato da molti consumatori, alla ricerca di veicoli a posto singolo leggeri, compatti ed efficienti. Grazie alla micromobilità inoltre, gli utenti si avvicinano ai trasporti pubblici, riducendo la dipendenza dalle auto e quindi le emissioni di CO2.

Tutto ciò però ha visto ultimamente una certa resistenza all’adozione da parte dei Comuni fino ad arrivare anche a tensioni tra Comune e fornitore del servizio.  È infatti vero che i Comuni che decidono di adottarli, dovrebbero individuare infrastrutture stradali o parti di strada utilizzabili per questi mezzi di trasporto oltre ad adottare il piano della sperimentazione della micromobilità elettrica, comprensivo della regolamentazione della sosta.

Diventa quindi centrale per le aziende che forniscono questi veicoli aprire un dialogo con la pubblica amministrazione per porre delle regole alla base dell’utilizzo e della diffusione di questi mezzi.

Lo sviluppo di questo segmento di mercato, di un dialogo pubblico che ne se occupi e di una base comune di valori e mindset alla base dell’adozione degli stessi da parte di brand fornitori, stakeholder e utenti, come ovvio, richiede un preciso percorso di comunicazione strategica.

User experience e customer journey al centro del riposizionamento strategico

La qualità dell’esperienza che l’utente ha nel suo rapporto (più o meno cercato) con un brand è al centro del successo di quel brand e del prodotto o servizio che offre. Nell’era delle online reviews, delle peer to peer recommendations e del social selling nessuna azienda può esimersi dal ripensare il design del proprio modello di business sulla base delle nuove necessità di comunicazione che possono contribuire a rafforzare la strategia commerciale.

Due sono i concetti da conoscere per poter affrontare questo tema: quello di customer journey e quello di user experience.

Facciamo, dunque, prima chiarezza sui due concetti.

Il custumer journey è un modello che si usa per sintetizzare l’esperienza del consumatore in rapporto ad un’integrazione di canali, touchpoint e occasioni di contatto diretto o indiretto tra consumatore e impresa che serve a studiare e riassumere la reazione interiore soggettiva (piú o meno espressa in seguito) del consumatore. Modello ampiamente noto a chi si occupa di service design, marketing relazionale e customer satisfaction, è un modello la cui conoscenza è indispensabile a chi si occupa di comunicazione integrata finalizzata a produrre tangibili risultati a livello di sviluppo del business.

Lo sport come veicolo di valori sociali

Gli eventi sportivi sono occasioni di comunicazione molto potenti, in grado di raggiungere direttamente e con grande impatto e con il fascino trascinante dei suoi protagonisti un pubblico talvolta molto ampio e disomogeneo

La comunicazione degli eventi sportivi porta con se un enorme quantità di valori etici, regole sociali, filosofie di vita, scelte di consumo.

Per questo motivo le aziende sono sempre più interessate a legare la propria immagine alle società sportive e agli atleti, impegnandosi a creare con questi relazioni di valore, oltre a quello che anni fa poteva essere un rapporto tra impresa e testimonial all’interno di un piano che avesse come oggetto il raggiungimento di un obiettivo soprattutto commerciale.